Il direttore sportivo della Lazio, Igli Tare, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport-Stadio. Ne riportiamo alcuni stralci principali:

Il nostro è un gruppo di lavoro fantastico, guidato da Lotito, sta facendo sforzi e sacrifici importanti. Aggiungo Derkum, il team manager, svolge un lavoro fondamentale. E poi De Martino nella comunicazione.
Il segretario generale Calveri, un mio braccio destro importante, negli ultimi 10 anni siamo cresciuti insieme tantissimo. L’inserimento di Peruzzi è una scelta giusta. La sua esperienza, il suo modo di vivere l’appartenenza, sono stati fondamentali. Ci aiuta tanto il fatto che io, Simone e Angelo siamo stati giocatori. Questo ci fa vivere con equilibrio le vittorie e ci fa analizzare bene le sconfitte. E’ qualcosa di raro nel calcio italiano.

Non ci sono mai colpe solo da una parte. Conta che in questi dieci anni per 4-5 volte siamo andati vicini alla Champions. Io in primis ho fretta di raggiungerla. Vorrebbe dire tanto per la società, per la squadra, per quello che vogliamo essere. Siamo a buon punto.

Non ho mai avuto il dubbio che Inzaghi sarebbe andato via. Al momento opportuno ci siamo seduti e abbiamo capito che il matrimonio era ancora vivo.

Correa firmerà a breve. Milinkovic ha un contratto importante, verrà allungato di un anno, con gli giusti. Non devono essere stravolti, sono piccole cose che fanno la differenza. Luis Alberto? La sua considerazione è alta, ci vedremo al momento opportuno.

L’acquisto di un attaccante era subordinato all’eventuale partenza di Caicedo. Avevamo trovato un giovane con caratteristiche simili, ma la sua società non l’ha voluto vendere. Questo non è successo a fine mercato, all’inizio. Ci sono alternative, quando è servito abbiamo “alzato” Milinkovic da centravanti.

Mi piace molto l’idea di una società solida, capace di rinunciare a proposte irrinunciabili. Non tutti possono farlo. Siamo la seconda squadra più titolata d’Italia negli ultimi 10 anni e i budget sono imparagonabili. Giocare dieci finali in dieci anni è una cosa che tanta gente non considera. Chi fa questo mestiere lo sa: dietro una o due finali può esserci casualità. Dietro dieci no. Non mi piace fare il passo più lungo della gamba. So da dove siamo partiti. Adesso riconosciamo stipendi anche da 3 milioni. Prima era utopia. Ci tengo ad andare avanti su questa strada.

(L’intervista completa sull’edizione di martedì 10 settembre 2019 del Corriere dello Sport-Stadio)

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