‘Con Sinisa per la ricerca’ è l’iniziativa lanciata da Ail (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma onlus) nella giornata nazionale contro leucemie e mielomi a favore dei ricercatori dell’Istituto di ematologia Seragnoli del Sant’Orsola. Sinisa Mihajlovic è l’uomo immagine della campagna e ha presenziato oggi nella conferenza stampa di presentazione a fianco di Michele Cavo, direttore dell’istituto di ematologia del Seragnoli, Sante Tura, presidente di Ail Bologna e Francesco Gesualdi, direttore generale di Ail.

Le parole di Sinisa Mihajlovic nel corso della conferenza. Si parte dai ringraziamenti: “Sono molto felice e orgoglioso di essere l’uomo immagine di Ail, ringrazio il professor Tura e il professor Cavo che mi sono sempre stati vicino durante la malattia – ha esordito Sinisa – Il prof Cavo, tra l’altro, è stato colui che nei primi mesi decideva se potevo andare o no allo stadio. Questo per me era un aspetto fondamentale per la testa e lo ringrazio per la comprensione che ha avuto nei miei confronti”.

La ricerca è molto importante, quando i dottori del Bfc Sisca e Nanni mi hanno detto com’era la situazione, la prima cosa che ho chiesto è stata ‘si può morire?’ – ha raccontato Mihajlovic – Loro mi risposero che quindici anni fa non ci sarebbe stato quasi nulla da fare, oggi invece con tutti i progressi fatti ci sono molte possibilità di guarire. Questo è fondamentale ed è grazie alla ricerca. Quando ti ammali scopri poi tanta gente colpita dalla stessa malattia e scopri che ora si soffre meno rispetto a chi l’ha avuta anni prima. La ricerca può salvare la vita”.

E’ importante anche donare il midollo perché in Italia siamo indietro da questo punto di vista. Donare il midollo e salvare una persona è una grande soddisfazione. E’ successo a me con il ragazzo che mi ha donato il suo e io purtroppo non potrò farlo, ma se lo avessi saputo prima di avere la leucemia lo avrei fatto. E’ per noi un piccolo sacrificio, ma un grande dono per chi lo riceve”.

Io sto molto bene, mi sento forte e sono passati sette mesi dal trapianto – ha spiegato Mihajlovic – Il peggio dovrebbe essere passato, ma ci vuole un anno per tornare alla normalità. Ci sono stati momenti all’inizio in cui mi sentivo stanco e nella fase di ripresa non bisogna esagerare, non fare gli eroi, ma fare quello che ci si sente”.

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